Covid e le donne

Vorresti parlare con qualcuno per dire come ti senti. Potresti chiamare un numero di telefono di un’associazione, lo hai letto mentre facevi la fila.

Trovare 5 euro per ricaricare il telefono non ti sembra giusto in questo momento, mancano i soldi.
Da dove chiamare? Dalla macchina? Da un panchina mentre hai detto ai tuoi che vai a fare la spesa? Sai che il tuo dottore ti darà delle gocce perché non è il tuo mondo che è da cambiare, ma è colpa tua se non reggi la botta.

Ci sono delle donne meravigliose che si portano addosso dei pesi insostenibili, che gli altri chiedono di portare.

Parlo di te. Tuo marito ti ha convinto a rimanere a casa a prenderti cura dei bambini come una ‘signora’. Ma poi muore. A 53 anni ti ritrovi sola e devi cercare lavoro per mantenervi tutti. Ti metti a fare la donna delle pulizie in nero, a 6 euro all’ora, per essere competitiva alla tua età. Non morivi di fame, ma ora sì durante il Covid. Sola, con tre figli adolescenti.

Parlo di te. Avevi notato che lui ogni tanto se ne andava in giro a scazzottare. Una cosa da ragazzi, poi matura ti dicevano. E invece continua. I servizi psichiatrici contano su di te e sul vostro sesso per farlo calmare.

Parlo di te. Ti hanno fatto credere di poter sognare. Hai studiato, sei andata all’università. Ti sei sposata, e una donna da sola non può mica andare a lavorare tra gli uomini. Fai la casalinga e sogni.

Parlo di te. Ti ha mollata con tre figli. Cavolo, fai la cameriera e loro crescono da soli. Ogni tanto il tuo capo ti molla una mano da qualche parte, ma tu sopporti in silenzio. Ti ha lasciato pure senza stipendio in questi mesi.

Parlo di te. La professionista in remoto mentre fai homeschooling e cucini. Poi in pausa metti una lavatrice. Il tuo compagno lavora, non ha tempo per tutto questo.

Parlo di te. Avevi finalmente realizzato il tuo sogno. Avevi aperto il tuo negozio, ora non dormi la notte, vedi solo debiti.

Parlo di te. A quest’ora sei seduta in ospedale accanto al letto di tuo figlio disabile. I tuoi sogni, i tuoi desideri non te li ricordi più.

Parlo di te. Ti prendi pillole d’amore da un uomo che ti dice che un giorno ti amerà pienamente. E intanto tu aspetti..e aspetti..una chiamata, un’uscita, una visita a sorpresa. E hai passato la quarantena da sola.

Parlo di te che ti senti un nodulo sotto al seno, ma per carità non disturbiamo i servizi per questo in quarantena.

Parlo di te. Sei a partita iva, hai perso il lavoro e quello di lui….pfff..nn c’è mai stato. Se c’è stato, se l’è giocato prima che arrivasse a casa.

Parlo di te in chemioterapia durante il covid. Devi anche cercarti un lavoro sennò questi figli come li mantieni.

Solo altre donne possono riconoscere dal tuo sguardo, dai tuoi silenzi,il tuo dolore, la tua impotenza.

Vogliamo iniziare a prenderci la libertà di chiedercelo? Per strada, su una panchina, in fila al supermercato.

Una rete di donne deve partire dal quartiere, per darti la forza di farla quella chiamata.

Autorizzare i propri figli a far domande: la scatola delle domande

I bambini non sono tutti gli stessi. Cosi’ come non lo sono tutte le famiglie. Per cui e’ difficile definire un metodo lineare su come aiutare i genitori ad ascoltare e toccare, per poi contenere, la sofferenza emotiva dei loro figli.

Pero’ abbiamo notato che ci sono famiglie con un linguaggio delle emozioni più  ridotto. Non si parla mai di sentimenti e di emozioni, non si condivide con gli altri il proprio stato; in una tendenza a proteggere se stessi e gli altri, si preferisce il silenzio.

I bambini di queste famiglie allora non parlano; per non ferire, e per non farsi male, tenendo tutto dentro.

Allora abbiamo cercato un metodo di condivisione che passasse più dal cervello che dal cuore. Ci siamo inventati la scatola delle domande dove tutti posso mettere dei foglietti anonimi con le domande che gli ronzano in testa. Non e’ facile per i genitori stare seduti ad attendere domande che fanno male. E non posso non ammirare la  forza del genitore che per amore si rende disponibile a rispondere a domande che spesso fanno paura anche a se stessi.  Di solito rassicuro i genitori che non ci sono risposte giuste da dare, l’importante e’ che il bambino si senta libero di condividere i suoi dubbi e le sue paure alla fine.Un “non so” come risposta va anche bene. Posso testimoniare che alla fine molti genitori si sentono più sereni  dopo questa prova perché hanno avuto la possibilità’ di toccare con mano le ansie dei loro figli e hanno avuto la capacita’ di contenerle  o di annullarne completamente la portata perché realisticamente infondate.

Tornando alle domande, l’anonimato e’ importante perché garantisce il rispetto della regola familiare sulla protezione.

Quali sono le domande tipiche dei bimbi?Le prime quattro son domande che i bimbi pongono anche in eta’ prescolare.Dai 4 anni in su direi.

  1. Cos’e’ il cancro?
  2. Anche l’altro genitore lo prenderà’? E io?
  3. Perché hai preso il cancro?E’ colpa mia?
  4. Morirai di cancro?

E’ importante per un bambino capire cos’è il cancro. Basta una semplice spiegazione sul fatto che il nostro corpo sia composto da cellule “buone” che in questo caso vengono attaccate da cellule cattive che vorrebbero vincere e avere il sopravvento. Il play-do di due colori aiuta nella spiegazione.

Rispetto alle cause si può dare una risposta semplice e breve: Non conosciamo la cause ma non e’ niente che nonni, genitori o figli abbiamo fatto di cattivo.

La  domanda sulla trasmissibilità’ del cancro ad altri membri familiari andrebbe risposta in maniera rassicurante e onesta. Anche se non possiamo garantirlo, siamo quasi certi che a nessun altro al momento verrà diagnosticato un cancro.

La peggiore e’forse “Morirai di cancro?” anche perché tocca paure intime appartenenti agli stessi genitori. Questo e’ il punto in cui i genitori vorrebbero saltare dalla sedia e rassicurare i loro bambini che tutto andrà bene, perché e’ questo che vogliono dal profondo dei loro cuori. Nessuno pero’ può promettere di non morire. Il che non vuol dire che non si possa parlare di morte senza spaventarli o far pensare al peggio. Semplicemente si può rispondere che di cancro alcune volte si muore ma molte persone con cancro guariscono. Non si può garantire che si stara’ meglio ma che la persona con il cancro sta lottando con tutte le sue forze per stare meglio. Se la  persona con il cancro ha una cattiva prognosi, e’ importante far sapere ai bimbi che il genitore e’ seriamente malato ma che i dottori stanno facendo di tutto per farlo stare meglio . Se il genitore ha  una prognosi infausta e il morire non e’ poi cosi’ lontano, e’ molto importante sottolineare la gravita’ della malattia ma senza focalizzarsi sulla morte perché’ i bimbi hanno una scarsa concezione del passare del tempo e possono pensare all’imminente o al veramente lontano.

Non smetterò mai di sottolineare quanto una risposta onesta (calda e rassicurante allo stesso tempo, anche solo per il tono) aiuti i propri figli ad avere una visione più realistica di quello che gli sta accadendo. La domanda “Stai per morire?” e’ già nelle loro teste perché anche cinematograficamente e culturalmente il cancro e’spesso associato alla morte. Se l’adulto cambia soggetto o risponde con il silenzio, passera’ il messaggio che non e’ accettabile parlare di morte e spingerà il proprio figlio ad internazionalizzare il problema e a trovare risposte da se’.  Difficile da credere ma l’immaginazione del bambino spesso porta a conclusioni peggiori della realtà.

I bambini in eta’ scolare fanno poi domande più dettagliate rispetto alla situazione che li circonda. Alcuni esempi:

  1. Perché ti cadono i capelli?
  2. Se quando ti vengo a trovare in ospedale mi spavento,  ti arrabbi se lascio la stanza?
  3. E se un giorno cadi perché  ti senti male, cosa devo fare?
  4. Perché mamma o papa’ piange sempre?
  5. Andiamo lo stesso in vacanza, cinema, partita?
  6. Posso dirlo a scuola e ai miei amichetti?

Rispondere con “Un non so al momento” oppure ” Cerchiamo di trovare insieme una soluzione” e’ meno traumatico che non parlare proprio perché il silenzio li spinge a cattive interpretazioni della realtà e a paure crescenti sul possibile futuro.

Si ricordi: quando dei genitori si sentono sopraffatti emotivamente da queste conversazioni, e’ possibile farsi aiutare da psicologi e psicoterapeuti del settore a a programmarli nel rispetto dei tempi e dei vissuti personali. Il mio più caldo consiglio e’ di non dare risposte affrettate solo perché qualcuno suggerisce di parlare ai figli ma farlo solo quando ci si sente preparati a rispondere anche se questo rallenta più tempo .

Farsi aiutare da un professionista a gestire il vissuto emotivo di tutti i membri familiari di fronte al cancro e’ segno di forza e di resilienza.

Sapere o non sapere? La comunicazione diretta è un diritto

In una indagine svolta sui parenti di pazienti con tumore polmonare è emerso che nell’ 82% dei casi al paziente non era stata comunicata la diagnosi ma l’impressione dei familiari era che il 72% di essi avesse “capito” (Costantini et al., 1992). O forse più che capire hanno sempre saputo, non hanno mai smesso di sapere. Tutto parla, tutto appare loquace. Lo dice il corpo che invia sensazioni sconosciute, lo dicono i medici e i parenti che svelano involontariamente al malato proprio quello che cercano di nascondergli: “i parenti più stretti si comportano in modo diverso e il loro modo di parlare si fa imbarazzato e contraddittorio, le risposte dei medici sono sfuggenti e cambiano da una visita all’altra, il tempo passa e non si notano miglioramenti: sono tutti indizi che portano il paziente a capire la situazione” (Leoni, 1992 p. 312).”

Negli anni ’80 e ’90, “la conoscenza completa e condivisa, da parte del malato, della propria condizione è un caso piuttosto raro mentre tende a generalizzarsi la dissimulazione” (Spinsanti, 1985 p.169). Anche in quei Paesi dove il paziente viene informato circa la diagnosi e la prognosi, la comunicazione, con il progredire della malattia, si fa più rarefatta, più ambigua, più evasiva, all’interno di un più generale evitamento ed isolamento del malato.

A partire dagli anni ’90 lo scenario che abbiamo descritto viene a mutare, almeno su un piano etico-giuridico. Il medico non può più omettere o rivelare a terzi informazioni circa la salute del paziente che diventa il suo principale interlocutore, tuttavia “le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste (…) devono essere fornite con circospezione, usando terminologie non traumatizzanti, senza escludere mai elementi di speranza” (Cod. deontologico 1995, art. 29 IV comma).

I risultati dell’Italian Survey of the Dying of Cancer, coordinata dall’Istituto di Genova nel 2003,mostrano che solo un terzo dei pazienti intervistati conosceva la diagnosi, un terzo non aveva ricevuto una comunicazione diretta ma lo sapeva, un terzo non sapeva. Solo il 12% era a conoscenza della prognosi, ma il 50% la conosceva nonostante non fosse stato informato.

Son davvero cambiate le cose? La mia impressione e’ che ancora sia tutto legato alla volontà’ e predisposizione del singolo medico e quindi lungi dall’essere sempre garantito e realizzato. Ho sentito medici sostenere che il paziente si sarebbe buttato dalla finestra alla conoscenza della prognosi. Non scordiamoci inoltre che la famiglia italiana e’ molto protettiva e spesso si oppone a una comunicazione chiara tra medico e paziente.

Da aggiungere, il dilemma circa la comunicazione di diagnosi e prognosi al malato oncologico rispecchia il rapporto che una determinata cultura intrattiene con l’idea della vulnerabilità-malattia e della finitudine-morte.

Viviamo ancora in una cultura fortemente influenzata dalla presenza della religione cattolica che, come ovvio che sia, tende a focalizzarsi nella malattia su concetti di speranza, misericordia e volontà’ divina.Una cultura che invita alla compassione,in cui ci si prende cura del malato come di un debole togliendogli ogni possibilità di forza e risorsa.

In più la nostra cultura, soprattutto al Meridione, e’ molto orientata al fatalismo.

Penso son tutti d’accordo ormai a considerare la comunicazione e l’informazione del paziente necessaria per creare un rapporto di fiducia tra curante e curato e facilitare l’adesione al percorso terapeutico.Il malato oncologico vuole avere una più franca ed onesta comunicazione con il proprio medico ( nel caso contrario e’ possibile esprimere il desiderio di non volere essere informati).

Non solo è un diritto del paziente – spiega Dina Pero, coordinatrice e incaricata della supervisione help-line all’AIMaC Associazione italiana malati di cancro, parenti e amici – ma è un passo cruciale per facilitare il processo di adattamento alla malattia. La comprensione limita il sentimento di rabbia, il paziente sa come muoversi, come agire:

Negare la comunicazione significa non essere pronti a considerare la persona umana nella sua totalità, con problemi fisici, psicologici, di relazione, economici, etici, spirituali e sociali; ma anche nel suo ruolo di partner, di genitore o figlio con responsabilità’ e decisioni da prendere per il benessere di tutti i membri familiari.

FONTI : “Manuale di valutazione della comunicazione in oncologia” apparso nel 2007 a cura dell’Istituto Superiore di Sanità per il Gruppo CARE .

Il cancro non riguarda mai solo la persona che si ammala, ma tutto il nucleo familiare.

Il cancro e’ una “malattia familiare” perché’ rappresenta un evento stressante per ogni singolo membro e ha un impatto sul suo benessere psicofisico.

Nella mia esperienza la famiglia, dopo la prima fase di shock,  vive la malattia in uno stato di incertezza che io definirei “tempo sospeso”.  Perde la sua progettualità’ e si mette in attesa: di guarire, di morire, di un nuovo trattamento, di una seconda chemio, di  ecografia o semplicemente della prossima visita oncologica; generando l’impressione di essere completamente sopraffatta e controllata dal male che a questo punto diventa “il nemico da sconfiggere”. I sentimenti di minaccia, disgregazione, colpa e disperazione dominano il mondo emotivo della famiglia.

Naturalmente non tutte le famiglie reagiscono allo stesso modo: le dinamiche relazionali, la coesione familiare,la presenza di conflitti, il tipo di comunicazione e di linguaggio emotivo e una possibile storia di eventi traumatici passati, tutto influisce sulla capacita’ di gestire questo evento critico.

Ma la famiglia non e’ solo contenitore di emozioni, e’ soprattutto una risorsa, e’ il contesto in cui si impara ad affrontare il problema in maniera collaborativa e a condividere strategie, risorse e soluzioni per essere tutti più forti.

Bisogna lavorare sulla resilienza, intesa come capacita di affrontare un evento traumatico o un periodo di difficoltà sentendosi artefici del proprio cambiamento.

Quindi stare a fianco della famiglia in questo loro momento difficile significa restituirgli il controllo e aiutarli ad uscire da questo stato di attesa, aiutarli a comprendere quali sono i punti di forza e di debolezza, stabilire degli obiettivi e identificare le strategie di problem solving migliori; farli sentire vivi e forti perché’ in controllo invece che in balia di qualcosa da cui difendersi. Restituirgli una qualità’ di vita al presente.

Quando si lavora con una famiglia oncologica o palliativa bisogna imparare ad essere flessibili. Non proporgli cambiamenti ma rafforzamenti e aggiustamenti(perché’ mettersi in discussione richiede una progettualità’ che non ci si può’ aspettare), non proporgli appuntamenti regolari a lungo termine ne’ un setting rigido (casa , ospedale,studio van tutti bene). Aiutarli nei loro sforzi di dare alla loro vita una sembianza di normalità’ e aiutarli a concedersi momenti di allegria e condivisione.

Aggiungerei …fare del cancro un alleato.  Solo ascoltando il proprio corpo, il paziente oncologico sa  quando sta male e quando si sente più’ in forza. Puo’ imparare ad alternare momenti di presa di cura di se’ a momenti dove lo sguardo relazione e di apertura al mondo e’ piu’ ampio.

Se guardiamo alla vita familiare come a un viaggio metaforico su una barca sul fiume ( con un’asse temporale passato,presente, futuro), vediamo come spesso la famiglia non e’ in grado di guardare al futuro e spesso si focalizza sul passato sentendosi vivere in un presente opprimente. La psicoterapia deve rappresentare a mio parere un porto dove attraccare con la modalità’ e la frequenza che la famiglia sceglie,considerando ogni fermata come unica in quanto portatrice di una possibilità’ di riflessione ma con in testa un piano a lungo termine.

Rifiutarsi di sentirsi trasparente

La notizia del cancro al cervello, come potete immaginare, è stata scioccante per me. Non sapevo niente del cancro. Nella cultura occidentale, quando hai il cancro, in un certo senso sparisci. La vita in quanto essere umano complesso viene sostituita dai dati medici: le immagini, gli esami, i dati di laboratorio, la lista di medicine. E tutti cambiano. Improvvisamente diventi una malattia che cammina. I medici iniziano a parlare una lingua che non capisci. Cominciano a puntare il dito sul tuo corpo e sulle immagini. Anche la gente comincia a cambiare perché comincia ad avere a che fare con la malattia, invece che con l’essere umano. Dice, “Cos’ha detto il dottore?” prima ancora di salutare.

E nel frattempo, rimani con domande a cui nessuno sa rispondere. Sono domande del tipo, “Posso?”:Posso lavorare con il cancro? Posso studiare? Posso fare l’amore? Posso essere creativo? E ti chiedi, “Cos’ho fatto per meritarmi questo?” Ti chiedi, “Posso cambiare il mio stile di vita?” Ti chiedi, “Posso fare qualcosa? Ci sono altre opzioni?

Salvatore Iaconesi ci offre una splendida descrizione del suo rapporto con il cancro e della ricerca svolta a stabilire una relazione con esso che oltrepassa la medicina tradizionale, che spesso mette la persona in pausa per concentrasi sul corpo malato, per imparare a curarsi come individuo completo.

Ascoltatelo in questa TED Conference e leggete del suo progetto La Cura tuttora attivo.

M.T. Miletta

Cancro: Quando rivolgersi a uno psicologo

Io direi ‘SEMPRE’.

La Fondazione Umberto Veronesi suggerisce: Uno dei campanelli d’allarme è l’impossibilità di percorrere tutte le fasi dell’elaborazione della notizia di malattia. Oppure quando le reazioni sono di intensità elevata ed eccessiva, tale da interferire in modo importante con la vita di relazione o lavorativa; quando sono indipendenti da stimoli o situazioni contingenti, sono persistenti o si ripetono; quando le relazioni interpersonali e la capacità di interagire con gli altri vengono disturbate e quando i sintomi psicologici creano una sofferenza soggettiva evidente. In questi casi potrebbe essere necessario chiedere l’aiuto di uno specialista.

Non sono d’accordo con il fatto che ognuno di noi debba capire se sta oltrepassando il limite della normalità con le proprie reazioni.

Pochi incontri con gli psicologi permettono di:

  • normalizzare i propri vissuti
  • sentirsi compresi
  • trasformare il vortice di emozioni in pensieri chiari, forse meno catastrofici
  • iniziare a guardarsi attorno e prestare attenzione ai vissuti dei propri familiari in maniera da lavorarci assieme e migliorare la comunicazione- un clima familiare sereno e di supporto non può non aiutare il percorso terapeutico!

Quando la terapia on line può essere utile

Ti è mai capitato di sentire il bisogno di un supporto psicologico senza sapere a chi rivolgerti? Hai mai rinunciato a contattare uno psicoterapeuta per problemi di tempo, difficoltà organizzative o mancanza di professionisti nella zona in cui vivi? Hai sperimentato la terapia, ma ti sei scontrato con le difficoltà della lingua perché vivi in un Paese diverso dal tuo?
La psicoterapia on line può aiutarti in tutti questi casi. L’ho studiata, la sperimento quotidianamente e la somministro attraverso Skype o tramite piattaforme riconosciute e protette.

Per questo sono convinta che possa essere una valida alternativa, soprattutto per chi si trova in alcune situazioni.


Per gli italiani che vivono all’estero. Per gli stranieri che vivono in Italia. Ho vissuto all’estero, lavorato con famiglie straniere, migranti, comunità. Per questo so che il
linguaggio delle emozioni rimane per sempre legato alla propria lingua madre. È difficile veicolare le nostre emozioni in una lingua che non ci appartiene totalmente. La terapia on line può aiutarti dove quella tradizionale non arriva: perché ti permette di esprimerti nella lingua che conosci meglio, anche quando non abiti più nel Paese in cui sei nato.
Per chi vive in zone dove non è facile trovare uno psicoterapeuta.
Spesso abitare in zone periferiche, piccoli centri o località lontane dalle grandi città rende ancora più difficile intraprendere un percorso di psicoterapia. Incontrare un terapeuta a cadenze regolari può voler dire impiegare ore negli spostamenti, con un ulteriore dispendio di risorse. La psicoterapia on line ti permette di relazionarti con un professionista anche a grande distanza, scegliendolo in base alle tue esigenze e non semplicemente perché è quello più raggiungibile.
Per chiunque, per qualsiasi motivo, abbia difficoltà a spostarsi o a seguire orari prestabiliti.
Gli orari del lavoro, la difficoltà negli spostamenti, le esigenze familiari, la precarietà. Sono tanti gli elementi che spesso impediscono di impegnarsi con uno psicoterapeuta. Con il professionista che ti seguirà on line potrai concordare gli orari migliori, svolgere la psicoterapia nella tua abitazione e lavorare alla risoluzione dei tuoi problemi senza eccessivi sacrifici, anche dal punto di vista economico.
Per le coppie che non vivono insieme.
In alcuni casi la terapia di coppia si scontra con una difficoltà oggettiva: i due componenti non vivono nello stesso luogo. Con la psicoterapia on line il terapeuta potrà seguire entrambi, dopo aver effettuato una valutazione singolare su ognuno.
La psicoterapia on line può essere efficace quanto quella tradizionale, a volte di più.

Ricapitolando, scegliere la terapia on line può aiutarti perché:

  1. Ti permette di incontrare un terapeuta che parla la tua lingua, anche a distanza.
  2. Puoi svolgerla in qualsiasi luogo, purché privato. Ti basta solo un computer o uno smartphone e una connessione internet.
  3. É più economica di una terapia tradizionale.
  4. Rispetta più facilmente I tuoi tempi, I tuoi orari, le tue esigenze.
  5. Può essere svolta nella propria casa, un ambiente che conosci, che ti mette a tuo agio e non aggiunge l’ansia o l’imbarazzo che molti provano nel recarsi da un terapeuta.
    Le regole, le garanzie.
    La psicoterapia on line prevede un incontro iniziale gratuito, per comprendere se il rapporto on line è appropriato per il paziente e per il caso specifico. In base alla storia psichiatrica e ai disturbi sarà lo stesso psicoterapeuta a consigliare una terapia tradizionale. Nel caso di un paziente minorenne il primo colloquio si deve svolgere alla presenza del genitore che dovrà anche firmare una lettera di consenso. Tutti gli incontri si svolgeranno in modo da garantire la più totale privacy e riservatezza.

Il senso di una psicoterapia

Ci sono dei momenti critici della vita (lutti, separazioni, perdita del lavoro, depressione post-partum, menopausa, malattie) o semplicemente nuove sfide che la vita ci propone (cambiamenti nella coppia, nuove genitorialità, percorsi di crescita dei propri figli, figli a scuola, adolescenza dei figli,trasferimenti)  in cui può accadere di aver bisogno di un aiuto per poterli affrontare. Si può come avere la percezione che le proprie risorse personali, di coppia o familiari,  non vengano espresse pienamente e si sente il desiderio di volerle scoprire per dare una nuova direzione alla propria vita o a quella della propria famiglia.

Ci sono momenti di stasi nella vita di una persona che metaforicamente mi piace rappresentare come un trovarsi in una rotatoria stradale definita su Wikipedia come il luogo ” di intersezione a raso (cioè le strade che afferiscono ad essa sono poste sullo stesso piano senza intersecarsi) fra due o più strade”. Non si sta bene,si vorrebbe cambiare, si sente la pressione della scelta ma il problema di quale “strada” scegliere provoca un’ansia spesso incontrollabile e una paralisi ancora più soffocante. Cosa scegliere? Che strada prendere? Come cambiare la propria vita?

Nella mia esperienza,in queste situazioni non bisogna scegliere. Bisogna sedersi su una delle tante panchine della rotatoria e guardarsi intorno, senza la pressione del futuro e del dove andare. Solo in questo modo e con questa tranquillità sara possibile analizzare i propri punti di forza e le proprie risorse, cosi come i propri punti di debolezza; diventare consapevole delle proprie modalità comunicative e relazionali  e di quelle di altri membri della propria famiglia;analizzare e mettere in luce le proprie aspettative e quelle degli altri nei nostri confronti (da cui spesso derivano ruoli rigidi svolti inconsapevolmente senza averli scelti).

Senza la pressione della strada giusta il cammino riprende.

Lo psicoterapeuta in tutto questo lavoro non ha il compito di indicare la strada giusta ma di stimolare la riflessione con domande e considerazioni.

Affidare a un estraneo le scelte e il benessere nostro, della nostra coppia o dei propri figli ci metterebbe infatti in una posizione di passività e dipendenza costante nel futuro.